Malaysia

La Malesia al voto

I malesi si preparano a votare in quelle che potrebbero essere elezioni decisive per far ripartire il Paese. Ma l’instabilità è dietro l’angolo

È tutto pronto per il voto del 19 novembre, quando oltre 21 milioni di malesi potranno scegliere i loro rappresentanti. Si tratta della quindicesima elezione generale nella storia dell’ex colonia britannica e forse una delle più tormentate di questi anni. Di certo, affermano gli analisti, quella dai risultati più difficili da prevedere. Perché nella politica malese sembrava andare tutto liscio, fino al 2018. La United Malays National Organisation (UMNO), il partito di maggioranza, dominava la scena politica con rarissimi cambi di leadership mentre non si risolvevano le annose questioni della rappresentanza interetnica (solo il 50% dei cittadini è malese, mentre la restante parte è costituita da sinodiscendenti, indiani e altri gruppi – di cui alcuni considerati come indigeni). Poi sono arrivati gli scandali finanziari (il più eclatante è stato quello legato al fondo statale 1MDB) e le crisi di governo.

Il nuovo panorama politico

Dopo quasi sessant’anni di stabilità la Malesia ha visto cambiare tre governi nel giro di quattro anni, e due primi ministri in meno di 20 mesi. Il vaso di pandora della politica malesiana si è aperto del tutto nel 2020, quando alcuni politici di spicco hanno cambiato coalizione, facendo crollare la maggioranza. L’instabilità è proseguita con nuove elezioni locali indette negli stati di Malacca, Sarawak and Johor, mentre in ottobre è stata annunciata la caduta del governo e indette le elezioni generali. A questo giro competono trenta partiti, di cui oltre la metà accorpati in quattro delle coalizioni esistenti. Per la prima volta la distribuzione delle preferenze potrebbe uscire dal binomio della coalizione che raccoglie alcuni storici partiti di maggioranza (Barisan Nasional, BN) contro l’opposizione che aveva vinto le elezioni del 2018 (Pakatan Harapan, PH).

Le elezioni del 2022 saranno significative per il nuovo contesto politico che si sta formando nel paese. La crisi ha fatto emergere i limiti del sistema elettorale malese, che vanno dal peso delle sue 222 circoscrizioni elettorali alla parità di genere. Le circoscrizioni, per esempio, sono cambiate nel tempo per diversi motivi, come favorire la maggioranza etnica o mantenere lo status quo. I cambiamenti avvenuti all’alba delle elezioni del 2018 hanno poi ridefinito i confini nel nome della “rappresentatività su base locale” e redistribuendo il numero di elettori registrati in gruppi numericamente simili. Dove non arriva il gerrymandering – la pratica di ridisegnare la distribuzione dei seggi per ottenere un vantaggio politico – permangono le accuse di brogli elettorali: capita che in liste diverse risultino iscritte persone con gli stessi dati anagrafici, o compaiano nomi di deceduti e persone senza cittadinanza. 

Memori di quanto accaduto negli ultimi cinque anni, i parlamentari hanno approvato una legge contro il “party-hopping” che è entrata in vigore lo scorso 5 ottobre. La normativa vieta ai politici di cambiare partito una volta che questo è stato eletto dai cittadini – un tentativo di impedire che si ripeta una crisi di governo premeditata da fazioni intenzionate a smantellare la maggioranza.

Il voto dei giovani

In questo contesto si aggiunge una novità epocale: l’abbassamento dell’età degli aventi diritto al voto da 21 a 18 anni. Con questa manovra, entrata in vigore alla fine del 2021, si sono aggiunti circa 6,2 milioni nuovi elettori. Con questa manovra gli under 40 sono diventati il blocco elettorale più importante, quello che determinerà l’andamento delle elezioni. Un elemento che non è passato inosservato ai partiti, che hanno cercato di introdurre figure più giovani e hanno fatto grandi promesse sui temi del lavoro e della stabilità economica. Il tutto tra tentativi di comunicazione a cavallo tra i tradizionali comizi e l’utilizzo delle piattaforme social (soprattutto Facebook e TikTok).

Ciononostante, “c’è molta incertezza”, ha raccontato al The Guardian William Case, professore di storia e relazioni internazionali della Nottingham University a Kuala Lumpur. “Questo massiccio afflusso di giovani aumenterà le dimensioni dell’elettorato ma non cambierà in modo significativo i risultati”. Le basse aspettative dei più giovani sembrano coerenti con quella che viene percepita come una più generale disillusione dei cittadini malesi verso la politica. “[…] In assenza di politiche valide e sostenibili per tutti i problemi che dobbiamo affrontare collettivamente, sarà la mia generazione ad affrontare le conseguenze dell’inazione e della politica identitaria. Tuttavia, non sono certo che questi temi siano prioritari per le persone per cui dovrei votare”, commenta il ventenne Rifqi Faisal.

A giustificare questa narrazione, l’idea che l’inespugnabile posizione dell’UMNO ai vertici del governo abbia sempre reso le elezioni, di fatto, un vuoto esercizio del diritto di voto. Ciononostante, dalle tredicesime elezioni generali (convenzionalmente General Elections 13, GE13) l’affluenza alle urne è aumentata significativamente, raggiungendo l’82,32% nel 2018. Ma la bassa affluenza alle elezioni a Johor (54%), per esempio, sta smorzando le aspettative.

Non meno importanti – al punto da aver spesso polarizzato e monopolizzato l’opinione pubblica, le questioni etniche e religiose. In un sondaggio effettuato tra i cittadini sinodiscendenti emerge una forte attenzione verso i candidati che, 9 su 10, sostengono la necessità di votare la coalizione più vicine all’ideale di una Malesia multietnica.  

I temi

Lo sfasamento tra la politica e la cittadinanza non è solo una percezione dei giovani elettori. Anche i politici quest’anno devono fare i conti con una pletora di problematiche a cui dare priorità. Per diversi anni il tema della corruzione sembrava permeare il discorso politico, con i diversi partiti pronti ad accusarsi a vicenda su veri o presunti coinvolgimenti negli scandali finanziari emersi negli ultimi anni (come quello sopracitato dello 1MDB). Ma anche questa narrazione sembra vacillare, come riporta il sito di informazione SAYS citando i progressi fatti dalla Malesia nel Corruption Perception Index: il fatto che gli ultimi scandali siano emersi, e i presunti colpevoli individuati e sanzionati avrebbe ridotto la presenza di questo tema nell’opinione pubblica.

La maggior parte degli analisti sembra convergere verso una macro-tematica comune ai paesi della regione in questo periodo storico: l’economia. Il crescente costo della vita, i prezzi dell’immobiliare, il rafforzamento del welfare sono solo alcuni dei problemi che stanno emergendo nella Malesia post-pandemica. Anche i giovani malesi devono fare i conti con un mercato del lavoro sempre meno allineato alle loro competenze e dove i salari non sono più sostenibili. 

Tuttavia i dati economici del 2022, come evidenzia Bloomberg, appaiono quasi contraddittori: la Malesia ha registrato una crescita del PIL tra le più importanti della regione (+14,2% nel terzo trimestre). Anche i tassi di disoccupazione sembrano tornati ai livelli pre-pandemici, ma con interessanti differenze tra etnie (ci sono più disoccupati tra i malesi, 4,2%, che tra i sinodiscendenti, 2,7%) e stati (nel Sabah, a nord, il tasso di disoccupazione è dell’8,2%, mentre nel confinante Sarawak del 3%). L’inflazione è raddoppiata rispetto all’inizio del 2022, mentre durante l’estate si è registrato un picco record dei prezzi di carburante e beni alimentari. A determinare questo trend, tra i tanti fattori, anche un calo del tasso di cambio del ringgit che ha favorito le esportazioni ma alzato i costi delle importazioni. Ancora da vedere i risultati dell’ultima manovra del governo uscente, che a giugno avrebbe destinato almeno 17 miliardi di dollari a un piano di aiuti per cittadini e imprese – cifra record nella storia del paese.

Il fattore clima

Le dimissioni del governo a ottobre hanno sollevato una serie di polemiche, prima tra tutti la questione climatica. Decidere di indire le elezioni in autunno in Malesia significa fare i conti con la stagione dei monsoni, un fenomeno che sta diventando sempre meno controllabile a causa dei cambiamenti climatici. Molti comizi sono stati annullati a causa delle forti piogge e raffiche di vento, mentre si teme un crollo dell’affluenza alle urne causato da eventuali alluvioni. Per affrontare il problema è nata una rete tra le associazioni della società civile, Undibanjir (da undi, voto e banjir, inondazioni) con lo scopo di organizzare le squadre di soccorso e facilitare i trasferimenti degli elettori che dovranno raggiungere le proprie circoscrizioni.

Sul tema climatico anche i giovani malesi sembrano più attenti delle generazioni passate. Il 92% di loro afferma che il cambiamento climatico sia una crisi che li riguarda da vicino, come raccontano i risultati della National Youth Climate Change Survey di UNICEF e UNDP. Il cambiamento climatico è entrato anche nel dibattito politico di queste elezioni, e potrebbe attirare una percentuale dei voti verso i nomi più schierati a favore della causa ambientale, come sottolinea un approfondimento del Malaymail.

La Malesia in cerca di stabilità politica

Una legge anti – party hopping per le prossime elezioni potrebbe essere la soluzione ?  

Articolo a cura di Aniello Iannone

Il 23 febbraio 2020, durante il governo guidato dalla coalizione Pekatan Harapan (PH), esponenti del partito Pribumi Bersatu Malaysia (Bersatu), partito principale della coalizione PH, si incontrano con esponenti del partito Pertubuhan Kebangsaan Melayu Bersatu (PEKEMBAR),  all’Hotel Sheraton, in Kuala Lumpur.

Quell’evento, noto mediaticamente come Sheraton Move, sarà  la causa del collasso della coalizione PH con l’uscita dalla coalizione di Bersatu ed una frazione del partito Keadilan Rayat (PKR). Questo darà l’inizio alla crisi di Governo in Malesia con le dimissioni di Mahathir  il 24 febbraio 2020.

Gli eventi che hanno preceduto lo Sheraton Move  sono legati alla vittoria della coalizione Pakatan Harapan (PH) durante le  G-14 (14th General Election), quando  la coalizione Barisan Nasional (BN) è stata battuta dopo 60 anni al comando.

La coalizione PH, guidata dall’ex primo ministro  Mahathir Mohammed, riuscì  durante la G14 ad acquistare consensi approfittando di una debolezza interna alla coalizione avversaria.

Questa debolezza era una conseguenza legata allo  scandalo fiscale che aveva coinvolto  Najib Razak, all’interno della coalizione Barisan Nasional e all’interno del partito  Pertubuhan Kebangsaan Melayu Bersatu (PEKEMBAR), meglio noto con l’acronimo inglese UMNO. 

Poco dopo meno di 22 mesi di governo da parte di PH, le differenze ideologiche tra i vari partiti all’interno della coalizione, insieme ad una leadership debole alla sua guida, hanno comportato il suo  sgretolamento . La promessa, non mantenuta,  da parte di Mahathir di cedere il posto ad Anwar Ibrahim ha fatto nascere una crisi all’interno di PH che ha causato di conseguenza l’uscita dalla coalizione di un intero partito, BERSATU,  più una frazione del partito Keadilan Rayat (PKR). Da questi eventi noti come Sheraton Move, inizierà poi una crisi di governo in Malesia. 

Questa crisi ha comportato le dimissioni di Mahathir, e l’inizio di un alternarsi di governi. In primis si è avuto il governo di Muhyiddin Yassin seguito dalla formazione del governo di  Ismail Sabri Yaakob, esponente del partito UMNO/PEKEMBAR e della coalizione Barisan National nell’agosto del 2021, attualmente in carica. 

Perché una legge anti-party hopping ? 

Il problema della crisi governativa aprì un dibattito in parlamento per una proposta  di  legge anti-party hopping. La legge imporrebbe ad eventuali membri del Parlamento  che cambiano partito durante una legislazione in atto,  di non  poter continuare il loro ruolo  da parlamentare. Questo perché un parlamentare  che cambia partito non mantiene fedeltá alla parte della popolazione che lo ha votato. La legge scongiurerebbe inoltre la possibilità, da parte di partiti più grandi, di attirare esponenti di partiti minori.

La pratica di abbandonare (hopping) un  partito per un altro da parte dei parlamentari  non è pratica nuova nella politica malese. La crisi politica nel Sabah  nel 1994 nacque quando esponenti del partito Bersatu Sabah (SPB), uscito vincente alle elezioni statali contro BN, lasciarono il partito per unirsi al partito avversario.

Dopo gli eventi  dello Sheraton Move, il PH e l’attuale governo hanno concordato un memorandum of understanding (MoU) dove si afferma che il piano per una proposta di legge anti party hopping  dovrebbe  essere attuata non oltre la prima seduta della quinta sessione del Parlamento. Ad oggi il piano di legge è stato rinviato per ulteriori approfondimenti. 

Analizzando la situazione politica e costituzionale della Malesia  una legge anti-hopping dovrebbe rivedere vari articoli della costituzione malese, in particolar modo l’art 10. La  Mahkamah Persekutuan Malaysia (Tribunale Federale)   nel  1992 dichiarò illegittima una legge anti-hopping poiché andava contro l’art 10 della costituzione che definisce la libertà di associazione. 

Per far fronte a questo conflitto normativo, il governo ha chiesto una riforma dell’Art 10. Qualora dovesse passare questa riforma introdurrà una clausola (A) al comma 3 dell’art 10, cioè l’introduzione di limitazioni per i membri del Parlamento che cambiano partito durante un periodo di governo attivo e l’introduzione di una seconda clausola dove si afferma che l’atto di hopping è dannoso per l’ordine pubblico (Loh 2020) 

Incertezze: si va verso la direzione giusta ?

Gli eventi accaduti durante lo Sheraton Move potrebbero non giustificare la proposta di legge avanzata dal governo. Questo perché  la proposta di legge prevede che in caso in cui un membro del Parlamento  abbandoni il suo partito per un altro automaticamente perderebbe il loro ruolo da parlamentare. Ma quello che ha portato agli eventi dello Sheraton Move deriva da problemi diversi. In quel contesto  un intero partito, BERSATU, abbandono la coalizione PH. Anche nel caso ci fosse stata una legge anti-hopping non avrebbe comunque cambiato gli eventi dello Sheraton. 

Attualmente la legge è in stato di rielaborazione. Come ha notato il gruppo avvocati per la libertà (Lawyer for liberty o LFL) una legge anti-hopping potrebbe diventare una lama a doppio taglio nel contesto malese, con pericolose ripercussioni per la democrazia del Paese.  

Questo perché secondo LFL, la proposta di legge manca di una definizione  concreta. Secondo LFL infatti questa legge non si preoccupa di risolvere il problema del party-hopping, ma, in maniera contraddittoria, concede potere decisionale al partito di poter espellere eventuali membri, limitando  l’indipendenza dei rappresentanti eletti.

Questo posizionerebbe il parlamentare sempre al di sotto delle decisioni prese  dal  partito per paura di eventuali ripercussioni 

La critica alla legge arriva anche dal Parlamento. La parlamentare Nurul Izzah Anwar, esponente di PH, ha dichiarato che, se questa legge dovesse essere approvata, i parlamentari vedrebbero limitata la loro libertà e discrezionalità  durante il lavoro in parlamento.

 

Riferimenti 

Chocko D., P. (2020) “ Policy Briefs: party-hopping of Lawmakers in Malaysia: a menu of remedies.  Jeffrey Sachs Center on Sustainable Development, Sunway University 

Loh J. (2020) “Outlawing party hopping for good” EMIR Research 

Muhyiddin Yassin: fuori dall’ombra sotto il sole di agosto

Con la fine dello stato di emergenza, il Primo Ministro malese ha un mese a disposizione per lanciare la campagna vaccinale che gli potrebbe garantire la sopravvivenza politica.

Fino allo scorso anno, il politico più popolare della Malesia, Muhyiddin Yassin, era sconosciuto ai più. Divenuto Primo Ministro il 1° marzo 2020, Muhyiddin, oggi settantaquattrenne, non è esattamente un ‘uomo nuovo’ nella politica malese. Entrato nella United Malays National Organisation (UMNO), l’ex partito dominante, nel 1971, Muhyiddin, “un uomo molto serio e noioso”, è riuscito a sopravvivere alle maggiori transizioni politiche che si sono succedute nel Paese negli ultimi cinquant’anni. 

Nel 2016 è stato cacciato dall’UMNO per aver criticato l’allora premier Najib Razak, coinvolto in un caso di corruzione internazionale. Alle elezioni del maggio 2018 ha contribuito alla vittoria dell’Alleanza della Speranza (Pakatan Harapan, PH), il patto tra opposizioni che ha sconfitto l’UMNO per la prima volta dall’indipendenza della Malesia nel 1957. Dopo appena 22 mesi di governo, approfittando delle lotte di potere all’interno della coalizione e degli errori di calcolo del novantaquattrenne Mahathir Mohamad, ex uomo forte malese tornato al potere con la rivoluzione democratica del 2018, Muhyiddin è emerso come candidato di compromesso e ha ottenuto la premiership grazie al sostegno degli ex alleati dell’UMNO.

Muhyiddin, all’anagrafe Mahiaddin, è nato nel 1947 nello stato di Johor, all’estremità meridionale della penisola malese, allora colonia britannica. Suo padre, Muhammad Yassin, era un influente religioso musulmano appartenente alla maggioranza etnica malese. Dopo la laurea in economia e studi malesi presso la University of Malaya, la più antica del Paese, Muhyiddin ha cominciato la sua carriera all’interno dell’UMNO, unendosi alla nuova generazione di politici nazionalisti guidati da Anwar Ibrahim che si stava affermando all’interno del partito promuovendo politiche pro-malesi di ispirazione religiosa.

Nel 1978 Muhyiddin è entrato in parlamento come rappresentante del distretto di Pagoh, mentre nel 1986 è stato nominato Menteri Besar, una sorta di governatore, dello stato di Johor, dove si è creato la sua base elettorale. Nel 1995 è diventato ministro della gioventù e dello sport nel primo governo di Mahathir (1981-2003) e da quel momento è rimasto al governo per circa vent’anni, alla guida di diversi dicasteri sotto vari primi ministri, fino alla rottura con Najib nel 2015 e l’espulsione dall’UMNO l’anno successivo.

Come ha osservato Oh Ei Sun, senior fellow all’Istituto Singaporiano di Affari Internazionali, era quello il momento in cui la maggior parte dei suoi colleghi di gabinetto ancora sosteneva Najib, ma Muhyiddin si era reso conto della crescente indignazione della società per lo scandalo 1MDB, aveva denunciato “la nascita di una nuova dittatura”, e intravisto l’opportunità di un cambiamento politico. Cinque anni dopo, da presidente del neonato Partito Indigeno Unito della Malesia (BERSATU) e ministro dell’interno nel governo guidato da Mahathir, Muhyiddin ha saputo capitalizzare sul suo intuito politico, credenziali di ‘uomo delle istituzioni’, ed amicizie trasversali per presentarsi alla nazione come l’uomo che poteva “salvare il paese dal prolungato disordine politico”.

La nomina di Muhyiddin a Primo Ministro non è stata però sufficiente a risolvere la crisi aperta da Mahathir per sbarazzarsi di Anwar nel febbraio 2020. Mahathir e Anwar, le due personalità più in vista del PH, hanno definito Muhyiddin un opportunista e un traditore, rispettivamente, accusandolo di essersi compromesso sui principi facendo un governo con gli stessi “cleptocrati” contro i quali si era scagliato anni prima. Eppure, proprio le rivalità personali tra Mahathir ed Anwar hanno fatto sì che l’Alleanza della Speranza non fosse in grado di presentare una vera alternativa all’ex alleato. La dichiarazione dello stato di emergenza per far fronte alla pandemia di Covid-19 ha poi permesso a Muhyiddin di sospendere il parlamento e di governare per decreti, evitando così di dover mettere alla prova la risicata maggioranza su cui si regge il suo governo.

Dopo il duplice richiamo da parte del Sultano Abdullah di Pahang, Yang di-Pertuan Agong, il capo di stato della Malaysia, lo scorso 5 luglio, Muhyiddin ha accettato di convocare una seduta speciale del parlamento per presentare il piano di ripresa nazionale. All’inizio della seduta, il 26 luglio, il Primo Ministro ha chiesto a tutti i partiti di restare uniti per far fronte alla pandemia, impedendo però l’apertura di un dibattito sulle misure annunciate dal governo e dichiarato la revoca delle ordinanze d’emergenza senza l’assenso del Sultano. Se la gestione disastrosa della cosiddetta seconda ondata di infezioni e i ripetuti contrasti con la casa reale hanno alzato la pressione su Muhyiddin, la divisione dell’opposizione e la sospensione del parlamento gli hanno permesso di prendere tempo prezioso. Per il momento, il Primo Ministro sembra ignorare le critiche e concentrare l’attenzione sull’ambizioso piano vaccinale che, secondo autorevoli commentatori, potrebbe assicurargli la sopravvivenza politica. Con la fine dello stato di emergenza e la prossima seduta dell’assemblea prevista all’inizio di settembre, il destino di Muhyiddin, il politico che ha sempre lavorato nell’ombra, si potrebbe decidere sotto il sole di agosto.

Si riapre il dialogo per un accordo commerciale UE-Malesia

Nonostante la controversa questione dell’olio di palma, i gruppi industriali europei e malesi spingono per riavviare i negoziati commerciali

Dopo gli accordi di libero scambio con Singapore e Vietnam, l’Unione Europea punta a espandere la sua rete di intese bilaterali nel Sud-Est asiatico. Con una situazione economica disastrata dalla crisi pandemica, Thailandia e Filippine hanno manifestato interesse a riaprire i colloqui, mentre procedono i negoziati con l’Indonesia. E ora sembra proprio che ci siano le premesse per rilanciare le trattative anche con la Malesia, dopo che alcuni gruppi industriali hanno annunciato di voler fare pressione su Bruxelles e Kuala Lumpur per la conclusione di un accordo.  

La Malesia si presenta oggi come uno dei Paesi complessivamente più progrediti del Sud-Est asiatico: è la terza regione in termini di Pil (12%) ed il terzo partner dell’UE nell’ASEAN. È  il secondo produttore di petrolio della regione ed il terzo maggiore esportatore di gas naturale liquefatto al mondo, grazie anche alla posizione strategica tra le principali rotte per il commercio di energia.

La Malesia ha già provato ad avviare colloqui con l’Unione Europea nel 2010, che si sono però interrotti due anni dopo, a causa della difficoltà a trovare un’intesa su alcuni elementi chiave. L’ostacolo principale, oggi come allora, rimane la controversa questione dell’olio di palma. Da tempo, infatti, in Indonesia e Malesia, che riforniscono  l’84% della produzione globale di olio di palma, le lobby si oppongono alle norme di protezione ambientale europee sull’import di biodiesel. Soprattutto perché le coltivazioni rappresentano una fonte di reddito importante per gli abitanti delle zone rurali, che costituiscono a loro volta una fetta consistente dell’elettorato in entrambi i Paesi. Dall’altro lato si trovano gli ambientalisti, che lottano strenuamente contro la produzione intensiva di olio di palma, causa primaria della deforestazione che distrugge l’habitat degli oranghi e di altre specie a rischio.

Ecco perché nel 2018, con la Renewable Energy Directive II e con il successivo Regolamento Delegato, la Commissione ha stabilito rigorose “misure eco-friendly” per il settore energetico europeo, che includono il bando totale delle importazioni di tutti quei biocombustibili che causano anche indirettamente l’aumento di emissioni di gas serra entro il 2030, incluso l’olio di palma.

Ora però, analogamente all’Indonesia, Kuala Lumpur ha deciso di aprire a gennaio di quest’anno un procedimento contro l’UE utilizzando il meccanismo di risoluzione delle controversie del WTO. Entrambi gli Stati accusano l’UE di perseguire pratiche commerciali discriminatorie e protezionistiche. Una mossa rischiosa, che potrebbe mettere a repentaglio le negoziazioni con l’Unione Europea, e tutto per un prodotto che rappresenta meno del 5% delle esportazioni verso il vecchio continente.

Tuttavia, considerata l’importanza economica di un accordo di libero scambio, alcuni analisti ritengono che la ben nota questione dell’olio di palma verrebbe agitata soprattutto per ragioni di politica interna ed evidenziano come il Primo Ministro malese, Muhyddin Yassin, e il suo governo di minoranza, in vista delle elezioni generali previste nel 2023, sono impegnati a condurre un’agenda nazionalista a beneficio della maggioranza musulmana del Paese, che rappresenta la gran parte dei proprietari e dei lavoratori nell’industria del settore.

Ma intanto sta crescendo la pressione sul governo malese, portata avanti soprattutto dalle imprese locali, ben consapevoli che un accordo di libero scambio con l’UE stimolerebbe la ripresa post-pandemica. E allo stesso tempo il riavvio del negoziato consentirebbe ai Paesi europei di trarre vantaggio dalle opportunità commerciali e di investimento offerte da un mercato dinamico in un’area di mondo sulla quale le imprese comunitarie puntano molto. Oggi, dunque, dopo i falliti tentativi del recente passato, i tempi sembrano finalmente maturi affinché Malesia e UE si siedano attorno a un tavolo per riavviare i negoziati.

Peranakan

Storia di come la multiculturalità è divenuta norma in Malesia

“Sono italiano”, “sono giapponese”, è una risposta piuttosto comune da dare per un cittadino italiano, o giapponese, se interpellato sulla sua nazionalità. Più difficile è, invece, che qualcuno proveniente dalla Malesia risponda “sono malese”. I confini tra stati, che noi siamo abituati a pensare come distinti e separati, in molti paesi del Sud Est asiatico sono percepiti in maniera più labile. Questo perché in molti casi furono decisi in passato a tavolino dalle potenze straniere, spesso senza tenere conto della geografia, delle etnie e delle culture differenti.

Oggi per Malesia si intende l’unione di 13 stati federati (9 regni, ognuno governato da un Sultano, e 4 repubbliche), e 3 territori federali dell’Asia sud-orientale. Essa comprende la parte peninsulare (o Occidentale), sulla punta meridionale della Penisola di Malacca, e la parte Orientale, un’ampia fetta dell’isola di Borneo. Oltre il 60% della popolazione è musulmana, circa il 19% buddhista, il 10% cristiana, il 6% induista. La maggioranza, musulmana e indigena, detiene le redini politiche del paese, ma il potere economico è appannaggio della minoranza etnica cinese.

Tornando alla domanda iniziale, una persona proveniente dalla Malesia potrebbe rispondere “sono malese”, se nativo del luogo. Ma anche: sono cinese, indiano. O ancora baba nyonyakristangchitty. Oppure un’altra delle innumerevoli etnie che in Malesia vengono raggruppate sotto la denominazione comune di peranakan (lett.: “discendente”). Il temine identifica una persona nata in territorio malese dall’unione tra un nativo del luogo e una persona di un’etnia differente.

Tutto ebbe inizio nel XVI secolo a Malacca, capitale dell’omonimo stato malese e sede di uno dei porti commerciali più importanti del Sud-Est asiatico. Qui le spezie pregiate, provenienti e dirette verso tutta l’Asia, si commerciavano in grandi quantità.

A causa di questa fiorente rete di scambi commerciali, la Malesia iniziò ben presto ad attrarre le mire espansionistiche dei Paesi europei: la prima volta del Portogallo, che se ne impossessò nel 1511; la seconda dell’Olanda, che scacciò i portoghesi e se ne appropriò a partire dal 1641; infine della Gran Bretagna, che sconfisse a sua volta gli olandesi ed estese il suo dominio sulla penisola dal 1795 fino alla sua indipendenza, avvenuta ufficialmente nel 1957. Durante il periodo britannico, la regione venne conquistata anche dai giapponesi per un breve periodo, dal 1942 al 1945.

Le varie epoche di dominazione straniera, unite ad una prospera attività commerciale, diedero vita a Malacca ad una mescolanza continua tra nativi del luogo, europei, e mercanti indiani, cinesi o arabi. A cui seguirono presto numerosi matrimoni misti in tutta la Malesia, tra religioni ed etnie diverse. Ai discendenti di queste unioni, oggi, risulta impossibile definire la propria identità con termini standard e facilmente identificabili, come “cinese”, “europeo”, o “malese”. Anche il termine malese orang Cina bukan Cina (“Cinese non-cinese”), a volte utilizzato per descrivere i peranakan, risulta fuorviante. Ognuna di queste etnie infatti ha sviluppato usi e tradizioni unici, sia derivanti dalla cultura dei propri antenati, sia nati in maniera del tutto autonoma grazie al fatto di essere figli a metà tra due mondi.

Esistono innumerevoli varietà di peranakan, ma i più numerosi oggi sono i baba nyonya, i kristang, e i chitty.

baba nyonya discendono dall’unione in secoli passati di mercanti cinesi immigrati in Malesia, solitamente maschi, e donne del luogo. Sono il gruppo etnico più numeroso, tanto che spesso si ricorre erroneamente ai termini perakan e baba nyonya come sinonimi. Quando il discendente è maschio, è un baba (“uomo”), altrimenti, una nyonya (“donna”). Le generazioni più anziane parlano il baba malay, una lingua creola che mescola malese e molte parole del dialetto cinese della regione del Fujian. La religione praticata è generalmente quella buddhista, ma non è raro trovare praticanti cristiani grazie alla forte influenza culturale europea nel Paese: difatti, le festività osservate sono sia quelle del calendario lunare che di quello gregoriano.

kristang sono peranakan di origini europee (principalmente portoghesi), e malesi, cinesi o indiani. La particolarità di questo gruppo consiste nell’essere non solo multietnico, ma anche multireligioso: in esso cercarono rifugio e protezione, a partire dalla metà del 1500 d.C., anche gli ebrei di Malacca, perseguitati dall’Inquisizione Portoghese. I quali espansero ulteriormente la varietà di usi, costumi, religioni e tradizioni dei kristang. Oggi vengono osservate festività cristiane come il giorno San Pedro e il Natale, e in queste occasioni si può ammirare tutta la multiculturalità della cucina kristang, un vero e proprio incontro tra oriente e occidente. Circa 300 parole portoghesi sono integrate nella loro versione creola di malese, il “portoghese di Malacca”. Una di queste, kristang (dal portoghese Cristão, “cristiano”), ha dato origine al nome del gruppo etnico. Nei secoli scorsi era piuttosto comune che kristang e gente del luogo convenissero a nozze, ma negli ultimi anni è diventato più raro: la riforma legislativa del 1976 prevede infatti che chiunque sposi un musulmano debba obbligatoriamente convertirsi all’Islam, religione che è seguita dalla maggior parte dei malesi. I kristang, che posseggono una forte identità religiosa e culturale cristiana, trovano difficile adattarsi alla nuova regola e tendono sempre più a legarsi a peranakan, cinesi, o indiani, dove tale pratica non è presente.

chitty discendono dall’unione tra indiani e malesi, cinesi o baba nyonya. Parlano malese, la ricorrenza che festeggiano è il diwali (il “festival delle luci”, una delle più importanti feste indiane) e la loro cucina è fortemente permeata da influenze sia indiane che malesi. In Malesia, è facile riconoscere l’abitazione di un peranakan chitty: basta osservare la porta d’ingresso. Se questa è adornata da foglie di mango, è molto provabile che un discendente di questo gruppo etnico viva all’interno.

Sebbene i peranakan siano considerati alla stregua di un patrimonio culturale immateriale, oggi il 55% della popolazione della Malesia è malese, il 35% cinese, l’8% indiano, e solo il restante 2% comprende la dicitura “altri”, in cui sono compresi i peranakan. La sopravvivenza di queste innumerevoli, variegate identità linguistiche e culturali è sempre più a rischio. Per questo motivo, sono state fondate numerose associazioni e persino un museo peranakan a Singapore, per fare in modo che esse non vadano perdute.

Sfide e opportunità per la malese Top Glove nell’anno del Covid-19

Il più grande produttore mondiale di guanti in lattice ha collezionato profitti record quest’anno, ma ha anche chiuso 28 fabbriche a causa del virus 

Top Glove è un’azienda malese produttrice di guanti in gomma, specializzata anche in mascherine per il viso e altri prodotti. L’azienda possiede e gestisce 41 fabbriche in Malesia, Cina, Thailandia e Vietnam, e produce 220 milioni di guanti di gomma usa e getta al giorno, esportando in 195 Paesi con oltre 2.000 clienti in tutto il mondo. Due terzi dei guanti in lattice del pianeta sono realizzati in Malesia, con Top Glove che ne produce uno su cinque. I mercati più grandi dell’azienda sono il Nord America e l’Europa. 

“La richiesta urgente di materiale sanitario sembra diventata la normalità per Top Glove”, ha dichiarato ai giornalisti il Direttore esecutivo Lim Cheong Guan, aggiungendo inoltre che la domanda dovrebbe continuare a crescere. “Prevediamo che nei prossimi tre anni ci sarà ancora carenza di guanti”, ha aggiunto. “Il potenziale aumento della domanda è dovuto principalmente al fatto che le attuali scorte di guanti sono a livelli estremamente bassi nei magazzini dei nostri clienti”. L’azienda stima infatti che la domanda di guanti crescerà del 20% quest’anno, del 25% l’anno prossimo e del 15% dopo la pandemia.

A causa del forte aumento della domanda durante la pandemia, il valore dell’azienda si è moltiplicato di almeno sei volte quest’anno, alterando la composizione del mercato azionario della Malesia e diventando una delle società più quotate nel Paese. Nell’anno finanziario terminato il 31 agosto 2020, la domanda di guanti di gomma era così forte che l’azienda ha aumentando i guadagni dell’intero anno a oltre 1 miliardo di dollari, una cifra record che ha accresciuto in maniera significativa il valore delle azioni della società. Forte di questi risultati, nel novembre 2020, l’azienda ha anche donato un totale di $45 milioni al fondo governativo Covid-19 istituito per combattere la pandemia.

Tuttavia, nello stesso mese, un focolaio è emerso nello stabilimento di Meru, cittadina nel distretto di Klang a Selangor, lo stato più sviluppato della Malesia, costringendo la dirigenza ad optare per la chiusura temporanea di 28 stabilimenti nel Paese, facendo crollare del 10% il valore delle azioni della società. La settimana scorsa il valore delle azioni dell’azienda è diminuito ancora del 3,5%, ma è comunque aumentato del 337% dall’inizio dell’anno. Su 5.767 impiegati sottoposti ai controlli, ben 2.453 sono risultati positivi al virus, evidenziando la necessità di azioni drastiche per contenere i danni sul piano epidemiologico. La maggior parte dei casi positivi nel cluster sono operai, per lo più stranieri immigrati dal Nepal, che vivono spesso in condizioni igieniche precarie in grandi e affollati complessi abitativi.

Quest’anno infatti Top Glove è stata sotto i riflettori globali non solo per i suoi profitti da record, ma anche per le accuse di pratiche di sfruttamento del lavoro. A luglio, gli Stati Uniti hanno vietato l’importazione di guanti da due delle filiali dell’azienda a causa delle preoccupazioni sul lavoro forzato. Glorene Das, Direttrice esecutiva di Tenaganita, una ONG con sede a Kuala Lumpur, ha dichiarato alla BBC che “questi lavoratori sono vulnerabili perché vivono in appartamenti condivisi e affollati e svolgono un lavoro che non consente di praticare un rigoroso distanziamento sociale”.

Di fronte alle polemiche, il Ministro della Difesa malese Ismail Sabri Yaakob ha annunciato che le autorità inizieranno immediatamente a far rispettare le nuove regole sugli alloggi dei lavoratori e ad imporre multe di circa $12.300 per ogni dipendente che vive in alloggi non regolamentati. Inoltre, le autorità del Paese hanno testato tutti i lavoratori di Top Glove nelle fabbriche e nei dormitori interessati con l’obiettivo di circoscrivere al più presto il focolaio e limitare i danni. Secondo il Ministro del commercio internazionale e dell’industria Mohamed Azmin Ali infatti è necessario mettere l’azienda nelle condizioni di continuare la produzione, dal momento che Top Glove è una delle poche aziende in Malesia orientata alla produzione di materiale sanitario in plastica e una delle più importanti del mercato globale.

Malgrado questo ostacolo inaspettato, la presenza e l’attività di Top Glove continua ad avere grande importanza per la Malesia e per il resto del mondo che utilizza i suoi prodotti di qualità. L’azienda infatti ha messo da parte durante l’anno risorse sufficienti per espandere la capacità di produzione a 100 miliardi di pezzi nei prossimi cinque anni. La crisi globale di quest’anno ha messo a dura prova le decine di fabbriche produttrici di guanti in gomma sparse nel Sud-Est asiatico, ma allo stesso tempo le ha messe nelle condizioni di aumentare la produzione e svolgere un ruolo di primo piano nella battaglia al Covid-19. 

  A cura di Diego Mastromatteo           

L’avvenire della Malesia

Il Paese lavora per raggiungere gli obiettivi fissati per il 2030, ma restano alcuni problemi: il divario di reddito e il tema dell’olio di palma

Nel corso degli anni, lo sviluppo economico della Malesia è stato impressionante. Dalla sua indipendenza dal Regno Unito nel 1957, il Paese ha concentrato tutti i suoi sforzi sul potenziamento dell’economia e sul miglioramento del benessere dei suoi cittadini. Secondo un rapporto dell’OECD, per quasi 5 decenni (fino al 2018) la Malesia ha registrato una crescita stabile del PIL ad un tasso annuo medio del 6,1%. Il Paese vanta anche un indice di sviluppo umano relativamente alto, pari a 0,804, il terzo più alto dell’ASEAN dopo Singapore e Brunei Darussalam. 

Oltre a questi risultati già raggiunti, la Malesia ha fissato uno standard elevato anche per i suoi obiettivi di medio e lungo termine. Kuala Lumpur mira a conquistare lo status di Paese ad alto reddito entro il 2024, e sta anche lavorando per raggiungere una crescita sostenibile ed equa per tutte le fasce di reddito, le etnie e le diverse aree geografiche – come delineato nel documento Shared Prosperity Vision 2030. Ciononostante, nel lavorare verso questi obiettivi, il Paese deve ancora affrontare diverse sfide sia in patria che all’estero. 

Uno dei problemi più urgenti in Malesia è quello delle differenze strutturali nella popolazione. Ufficialmente, il tessuto sociale è diviso in due segmenti: la maggioranza Bumiputera o popolazione malese, e la minoranza non-Bumiputera, che è composta principalmente da popolazioni cinesi e indiane. Storicamente, la disparità economica è sempre stata un problema tra i due gruppi, in quanto la ricchezza nazionale era in gran parte concentrata nelle mani della popolazione cinese dominante sul mercato. Sebbene si stiano facendo progressi per quanto riguarda le pari opportunità tra i gruppi, ad oggi il divario è ancora evidente. La differenza di reddito tra Bumiputera, indiani e cinesi è aumentata di quattro volte negli ultimi 27 anni. Per questo motivo, il governo sta cercando di ridurre le disuguaglianze tra gruppi etnici, adottando un’agenda di empowerment dei Bumiputera, che mira a rafforzare la loro posizione socioeconomica. Inoltre, il governo è anche impegnato a porre maggiore attenzione sullo sviluppo di altre popolazioni non Bumiputera, per garantire a tutti parità di accesso all’istruzione, al lavoro e alle opportunità che la società offre.

Un’altra questione che potrebbe ostacolare lo sviluppo economico della Malesia è quella dell’olio di palma, e i suoi effetti sulle relazioni commerciali con l’UE. L’olio di palma è una delle industrie principali della Malesia, rappresenta il 2,8% del PIL, e il Paese ne è il secondo produttore mondiale dopo l’Indonesia. Dal 2010, il governo malese e l’UE stanno lavorando per raggiungere un accordo di libero scambio, tuttavia, le trattative sono sospese a causa di opinioni divergenti sull’impatto ambientale e sulle questioni di sostenibilità associate alla produzione di olio di palma. La reazione iniziale del Parlamento Europeo sulla questione è stata quella di vietarne l’uso per i biocarburanti fino al 2030. Tuttavia, considerando le conseguenze economiche di questa decisione, l’UE ha stabilito invece di limitare la quantità di biocarburanti ad alto rischio Indirect Land Use Change (ILUC) nel suo mercato. Per definizione, l’ILUC si verifica quando terreni agricoli precedentemente utilizzati per la coltivazione di alimenti vengono convertiti in favore di produzione di biocarburanti, con conseguente rilascio di ingenti emissioni di carbonio nell’aria. I biocarburanti classificati nelle categorie ad alto rischio ILUC sono quelli prodotti da aree che hanno una maggiore concentrazione di carbonio come le foreste e le zone umide. 

Sebbene l’UE abbia in qualche modo aperto all’uso di biocarburanti sostenibili, è ancora difficile per l’olio di palma malese qualificarsi nella categoria di carburanti a basso rischio ILUC. Il governo sta ora lavorando per aumentare la produzione sostenibile di olio di palma, limitando l’espansione di zone paludose e fangose, vietando la conversione delle riserve forestali per la produzione di olio di palma e stabilendo una particolare certificazione di sostenibilità, chiamata Malaysian Sustainable Palm Oil (MSPO). Permangono dubbi sul fatto che questo sistema di certificazione possa essere riconosciuto dall’UE, e una soluzione vantaggiosa per tutti sembra ancora lontana dall’essere trovata. Gli esperti però invitano entrambe le parti a rivalutare le loro posizioni al fine di raggiungere un risultato più favorevole sia per l’industria dell’olio di palma che per la sostenibilità ambientale a livello globale. 

Considerando gli elementi sopra menzionati, la Malesia si trova ad affrontare una situazione difficile. Il divario di reddito e le questioni di sostenibilità rimangono pregiudizievoli, in quanto possono influire in modo significativo sul Paese sia nelle dinamiche interne che in quelle relazionali con l’estero. Tuttavia, il governo si è molto impegnato ad affrontare queste problematiche e il Paese sembra essere sulla strada giusta per riprendersi dalla pandemia di Covid-19 e continuare verso il raggiungimento dei suoi obiettivi entro il 2030.

A cura di Rizka Diandra e Alessio Piazza 

All’origine delle tensioni UE-Malesia

La divergenza di opinioni sui combustibili a base di olio di palma rischia di impedire una collaborazione più efficace tra le parti.

Secondo stime del Servizio europeo per l’azione esterna del 2014, l’UE è il terzo partner commerciale più grande della Malesia, contribuendo per al 9.9% del suo export totale. Al contempo, la Malesia è il 23esimo partner commerciale dell’UE e il secondo più grande nell’intero Sud-Est Asiatico. Nel 2010 entrambe le parti erano decise ad avviare i negoziati per un accordo di libero scambio commerciale; tuttavia, il dialogo si è presto interrotto, a causa della divergenza di opinioni sulla questione dell’olio di palma, e su come conciliare interessi economici e imperativi ambientali.

Il punto nevralgico del conflitto si colloca nella decisione, da parte della Commissione Europea, di eliminare gradualmente il carburante a base di olio di palma come fonte di energia, e passare a combustibili più ecosostenibili. Se la Direttiva sull’energia rinnovabile (RED I) del 2009 incoraggiava i Paesi ASEAN come Malesia e Indonesia a esportare olio di palma in Europa, con il tempo l’approccio è cambiato, dal momento che questo combustibile si è rivelato pericoloso per l’ambiente.

Le conseguenze della produzione dell’olio di palma sull’ambiente sono infatti particolarmente aggressive, poiché si tratta di una produzione agricola intensiva: un modello che porta alla deforestazione massiccia, alla degradazione del suolo e ad un preoccupante aumento dell’inquinamento dell’aria, principalmente attraverso l’emissione di gas serra.

Boicottaggi da parte dei consumatori in Europa negli anni hanno convinto il Parlamento Europeo a vietare progressivamente l’uso dell’olio di palma entro il 2030, e a rivedere la Direttiva (RED II) nel 2018 per stabilire dei parametri di riferimento per i biocarburanti. Tale cambiamento, tuttavia, ha complicato le relazioni tra UE e Malesia. Quest’ultima infatti, assieme all’Indonesia (i due paesi assieme producono più dell’85% dell’olio di palma sul mercato mondiale), ha interpretato il cambiamento come una misura di protezionismo, e ha cercato l’appoggio di altri Paesi ASEAN per portare la questione di fronte all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Sebbene dopo mesi di negoziati con il Commissario Europeo Kadri Simson la Malesia abbia desistito dal fare causa all’Unione, fin quando la questione non sarà risolta continuerà a penalizzare alcuni prodotti fondamentali per l’export europeo, e a sospendere i negoziati per l’accordo di libero scambio.

In Malesia, come in molti altri paesi in via di sviluppo, per ora la priorità del governo è concentrata più sulla crescita economica che sull’ambiente. Si stima infatti che tale carburante contribuisca del 5% al Prodotto interno lordo malese. Una percentuale significativa, che contribuisce a sostenere intere fasce della popolazione, fornendo un impiego e un salario stabili a milioni di persone. Pertanto, le preoccupazioni non sono soltanto economiche, ma anche politiche e sociali.

La Malesia è decisa a convincere l’Unione che il suo olio di palma sia molto più ecosostenibile di quanto le critiche affermino, e a portarla a rivedere la sua decisione entro il 2021. Fino ad allora, la controversia tra priorità economiche e impegno sul fronte ambientale rimane, e costituisce un ostacolo significativo per ulteriori discussioni su un accordo commerciale.

 

Articolo a cura di Valentina Beomonte Zobel.

La Malesia durante l’emergenza Covid-19

La crisi ha colpito il Paese soprattutto sul piano economico, ma le opportunità non mancano

Con l’obiettivo di meglio comprendere come la Malesia abbia affrontato l’emergenza sanitaria del Covid-19 e il suo impatto economico e sociale, il 19 maggio l’Associazione Italia-ASEAN ha organizzato un webinar sulla Malesia con la Ministra malese per l’Housing e il Local Government, Zuraida Kamaruddin e il Presidente e Amministratore Delegato di PwC Italia, Giovanni Andrea Toselli.

Oggi infatti, come la maggior parte dei Paesi, la Malesia è duramente colpita dalla pandemia di Covid-19 e dalle sue conseguenze. Tuttavia, il governo malese ha messo in campo una risposta importante sia sul piano sanitario, che su quello economico e sociale, che dovrebbe mettere il Paese nelle condizioni migliori per reagire alla crisi.

Sul versante del contenimento sanitario, non appena i numeri hanno iniziato a crescere a metà marzo, il governo ha immediatamente disposto il lockdown per i cittadini, lasciando aperti e attivi solamente i servizi essenziali in ambito medico e alimentare. Persino per celebrare l’importante festa religiosa del Ramadan non sono state consentite grandi adunate o visite presso amici e parenti. Per isolare il Paese da flussi esterni, il governo ha poi deciso che tutte le persone che arrivano dall’estero dovranno obbligatoriamente essere sottoposte a due settimane di quarantena in apposite strutture e, soltanto quando risulteranno negative ai tamponi, potranno rientrare nelle proprie abitazioni. Per meglio gestire la situazione dei tanti lavoratori malesi che operano a Singapore invece, sono stati firmati accordi tra i due Paesi con un protocollo comune a tutela della sicurezza di tutti i cittadini. Infine, la Malesia è impegnata con i partner dell’ASEAN a sviluppare un protocollo unico di coordinamento per gestire efficacemente l’emergenza sanitaria in tutta la regione. Ad oggi l’intento delle autorità malesi è quello di revocare le misure di contenimento gradualmente fino al 9 giugno, nella speranza che i contagi non aumentino in maniera significativa.

Per quanto riguarda invece la situazione economica, il governo è subito intervenuto con forti misure di stimolo all’economia e di sostegno alle imprese, ai lavoratori e alle fasce sociali più deboli. Tra gli interventi principali varati dal governo malese, sono da evidenziare la sospensione degli affitti, il prolungamento delle scadenze fiscali per le PMI, le misure di sostegno ai disoccupati e gli investimenti infrastrutturali. I pacchetti di stimolo all’economia sono stati tra i più sostanziosi nell’area dell’Asia-Pacifico e per il momento la Malesia guida la classifica dei Paesi ASEAN, con un intervento da circa 65 miliardi di dollari. Nonostante lo sforzo tuttavia, la Banca Centrale malese stima per il Paese una crescita del PIL tra -2% e 0.5% nel 2020. A soffrire maggiormente per il momento è il settore turistico, asset fondamentale dell’economia malese. Il governo ha quindi in programma grandi piani di sostegno, con l’obiettivo di sostenere il turismo locale e rilanciare quello internazionale, quando le condizioni lo consentiranno.

È interessante notare che durante l’emergenza, alcuni settori hanno avuto l’occasione di espandersi e svilupparsi. Le piattaforme di e-commerce sono aumentate nel Paese, e sta aumentando esponenzialmente anche la domanda di servizi digitali. La pratica dello smart-working sta poi aprendo nuovi scenari nel mondo del lavoro, creando interessanti opportunità. Sembra anche che dopo questa crisi i cittadini malesi abbiano sviluppato una maggiore sensibilità ai temi della sanità e dell’ambiente, temi importanti per costruire una società migliore dopo l’emergenza.

È utile sottolineare dunque che malgrado le difficoltà economiche e sociali che questa crisi sta causando in Malesia, la pronta risposta del governo e il dinamismo dell’economia malese permettono ancora al Paese di attirare attenzione e presentare interessanti opportunità, soprattutto per quanto riguarda la tecnologia e il settore digitale.

 

Articolo a cura di Tullio Ambrosone.

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